Om Namo Bhagavate Sri Arunachalaramanaya

mercoledì 4 ottobre 2017

Per essere consapevoli di noi stessi come siamo realmente, ciò che abbiamo bisogno di investigare è solo noi stessi e non qualsiasi altra cosa

Michael James

7 Settembre 2017
To be aware of ourself as we actually are, what we need to investigate is only ourself and not anything else

Un amico mi ha scritto recentemente tre email ponendomi varie domande riguardo la pratica di auto-investigazione (ātma-vicāra), così in questo articolo riprodurrò le sue domande e le due risposte che gli ho dato.

Prima risposta

Nella sua prima email egli ha scritto:
Sto praticando auto indagine per mezzo di 2 metodi di attenzione

Uno come descritto qui http://www.albigen.com/uarelove/

“Essere consapevole di essere consapevole”

E uno come descritto da te e Ramana come la sensazione “io”, “essere consapevole di te stesso, rivolgendo l’attenzione verso te stesso”.

So che dicono che sono uguali con differente formulazione…

Tuttavia quando pratico l’essere consapevole di essere consapevole, la sensazione di “io”, il sentire me stesso, non c’è, sebbene sono consapevole di essere consapevole.

Ma quando sono auto attentivo, attenzione verso me stesso, possono sentire la sensazione di “io” a gradi differenti, dipende dal modo in cui sto ponendo l’attenzione in me stesso.

La mia domanda è, quale metodo si suppone sia superiore? Il punto è quello di sentire il senso di “io” più forte possibile? O anche solo essere consapevoli della consapevolezza senza il senso di “io” “ucciderà” l’ego?
Poi in un’email successiva ha aggiunto:
Praticamente posso stare 1 ora sulla “sensazione io”, ma ancora sono sempre consapevole del respiro che entra e che esce… questo non mi fa necessariamente perdere la “sensazione io” ma ancora sono consapevole del respiro.

Neppure penso al progresso del respiro o sono ossessionato da esso in alcun modo, ma ancora quando sono auto attentivo sono quasi sempre consapevole del respiro che entra e che esce non importa [quanto] sono interiorizzato.

Non so cosa fare per questo…
In risposta a queste due email ho scritto:

Il nostro fine è di essere consapevoli di noi stessi come siamo realmente, così ciò che abbiamo bisogno di investigare è solo noi stessi e non qualsiasi altra cosa. Questo è il motivo per cui Bhagavan ha chiamato questa pratica ātma-vicāra, che significa auto-investigazione.

Il termine ‘essere consapevole di essere consapevole’ è ambiguo, in primo luogo perché siamo sempre consapevoli di essere consapevoli (poiché non potremmo essere consapevoli senza essere consapevoli che siamo consapevoli), e in secondo luogo perché sebbene ora siamo consapevoli di molte cose, la consapevolezza di cose diverse da noi stessi viene e va, così non è reale consapevolezza (cit) ma solo una consapevolezza apparente (cidābhāsa). Ciò di cui siamo sempre consapevoli è solo noi stessi, così l’auto-consapevolezza è la reale consapevolezza.

Quindi la consapevolezza di cui dovremo cercare di essere consapevoli è solo auto-consapevolezza e non consapevolezza di qualsiasi altra cosa. Poiché solo l’auto-consapevolezza è la nostra reale natura, essere consapevoli solo dell’auto-consapevolezza è uguale ad essere auto-attentivi, così è solo un altro modo di descrivere la semplice pratica di auto-investigazione che Bhagavan ci ha insegnato.

Poiché l’ego è solo una falsa consapevolezza di noi stessi – una consapevolezza di noi stessi come qualcosa diversa da ciò che siamo realmente – possiamo ucciderlo o sradicarlo solo essendo consapevoli di noi stessi come siamo realmente, e poiché ciò che siamo realmente è solo pura auto-consapevolezza (consapevolezza di niente altro che noi stessi), possiamo essere consapevoli di noi stessi come siamo realmente solo essendo consapevoli di noi stessi soltanto. Questo è il motivo per cui Bhagavan ci ha insegnato che l’auto-investigazione, che è la semplice pratica di cercare di essere così accuratamente auto-attentivi da non essere consapevoli di qualsiasi altra cosa, è il solo mezzo per sradicare l’ego.

Poiché non abbiamo ancora amore sufficiente per essere sempre consapevoli di niente altro che noi stessi, non siamo immediatamente in grado di distogliere la nostra mente lontano dall’essere consapevole di altre cose, così anche quando cerchiamo di essere accuratamente auto-attentivi la nostra mente tende a aggrapparsi alla consapevolezza di altre cose, come nel caso della tua esperienza in cui tendi ad essere consapevole del tuo respiro quando cerchi di essere auto-attentivo.

Questo potrebbe in parte essere perché nel passato (in questa vita o in vite precedenti) tu hai praticato meditando sul tuo respiro, ma se è così, proprio come hai coltivato la tendenza (vāsanā) ad essere consapevole del respiro per mezzo della pratica, puoi ugualmente per mezzo della pratica distruggere quella tendenza e coltivare invece sat-vāsanā, la tendenza o inclinazione ad essere consapevole soltanto di te stesso.

Quindi l’unica soluzione al problema di essere consapevole del tuo respiro quando stai cercando di essere consapevole soltanto di te stesso è solo di perseverare pazientemente e tenacemente a cercare di essere più possibile auto-attentivo. Come Bhagavan ha detto spesso, nessuno ha mai avuto successo in questo sentiero senza perseveranza.

Seconda risposta

In risposta a questo egli ha scritto:
Sto praticando auto indagine da un paio di mesi e ho avuto la mia parte di “esperienze di beatitudine” qui e lì.

Se non ti spiace vorrei porti 2 altre domande:

Ci sono certi gradi in cui posso sentire la “sensazione io”, tuttavia, sempre quando sono auto-attentivo a me stesso, salta fuori un’impressione/immagine/immagine mentale di me stesso, ancora sentirò il “senso di sentire io” ma c’è anche un’impressione/immagine/immagine mentale di me stesso, forse un’immagine della mia espressione/volto (io non immagino deliberatamente la mia forma in alcun modo) ma ancora quando “sento l’io” sento anche come se sto “guardando” un’immagine di me stesso…

Tu sai cos’è questo? Sento che è perché sono auto-attentivo a me stesso che l’ego cerca di fare un “senso” di esso dandomi un’immagine mentale di me stesso… dovrebbe essere fatto qualcosa per questo?

Riguardo Ramana...

Se non mi sbaglio Ramana non ha realmente istruito a sedere formalmente per qualche ora al giorno ed esercitare l’auto indagine, ma nel tempo libero ogni volta che si sta mangiando, facendo la doccia, camminando, riposando ecc. essere auto attentivi durante questi momenti durante il giorno…

Ramana credeva che ci si può realizzare in quel modo? Perché essendo auto attentivo durante le attività, non si sta bloccando il 100% delle sensazioni esterne, così non ci sarà una piena continua forte attenzione su sé stessi…
A cui ho risposto:

Prima di tutto, riguardo le esperienze di beatitudine, ogni esperienza che viene e va non è noi stessi, così non importa quando beata o sublime può sembrare essere, non è reale, e quindi dovremmo cercare di rivolgere la nostra attenzione a noi stessi, quello che è consapevole della sua comparsa e conseguente scomparsa.

Presumo che ciò che intendi con ‘la sensazione io’ o ‘il senso di sentire io’ non è qualche tipo di oggetto ma solo la tua auto-consapevolezza sempre-presente, così quando dici che ci sono certi gradi di esso che puoi sentire, ti stai riferendo a vari gradi di chiarezza dell’auto-consapevolezza. Se questo è ciò che intendi, il grado di chiarezza dell’auto-consapevolezza che sperimentiamo varia secondo quanto siamo accuratamente auto-attentivi, perché più siamo auto-attentivi più chiaramente saremo consapevoli di noi stessi in isolamento da tutti i fenomeni che appaiono nella nostra consapevolezza.

Riguardo l’immagine mentale del tuo volto o espressione che tu dici salta fuori ogni volta cerchi di essere auto-attentivo, come ho detto sopra, ogni cosa che appare non è te stesso, perché ciò che sei realmente è ciò di cui sei sempre consapevole. Quindi qualunque immagine, forma, fenomeno o esperienza possa apparire, devi solo cercare di rivolgere la tua attenzione a te stesso, l’auto-consapevolezza fondamentale che sempre risplende in te come ‘io’.

L’ego o mente sopravvive e nutre sé stesso aggrappandosi a cose diverse da sé stesso, che significa qualsiasi cosa che appare e scompare (cioè, qualsiasi cosa di cui non siamo costantemente consapevoli, non solo nella veglia e nel sogno ma anche nel sonno), così esso sarà annientato se riesce ad essere attentivamente consapevole solo di sé stesso, e quindi quando noi cerchiamo di dare attenzione a niente altro che noi stessi, proprio l’esistenza del nostro ego è di conseguenza minacciata. Quindi esso farà tutto quello che può per sopravvivere, che è il motivo per cui esso proietta pensieri di un tipo o un altro, come le immagini o impressioni del tuo volto o forma fisica che tu dici che salta fuori quando cerchi di essere auto-attentivo.

Tutto questo è parte della naturale risposta della mente ai nostri tentativi di essere auto-attentivi, e il solo modo per superare questo problema è solo perseverare pazientemente nel cercare di essere più possibile auto-attentivi. Come ho menzionato nella mia risposta precedente, Bhagavan spesso diceva che nessuno può riuscire in questo sforzo senza paziente perseveranza.

Riguardo la tua domanda finale, come tu dici Bhagavan ci ha consigliato di cercare di essere auto-attentivi non solo quando sediamo formalmente in meditazione ma ogni volta che è possibile nel mezzo delle nostre attività quotidiane, anche se solo per pochi istanti alla volta. Egli ha spiegato che non dobbiamo sederci ad occhi chiusi per essere auto-attentivi, perché qualunque altra cosa possiamo fare o non fare siamo sempre auto-consapevoli, così possiamo cercare di essere attentivamente auto-consapevoli in ogni momento o in ogni circostanza.

Come tu indichi, il nostro fine ultimo è di non essere attentivamente consapevoli di niente altro che noi stessi, perché solo allora saremo consapevoli di noi stessi come siamo realmente e quindi dissolveremo il nostro ego nell’infinita chiarezza della pura auto-consapevolezza, ma per raggiungere questa auto-attentività onni-esclusiva abbiamo bisogno di rifinire e affilare il nostro potere di attenzione cercando di essere più possibile auto-attentivi.

Finché non raggiungiamo completa e perfetta auto-attentività, qualunque grado di auto-attentività raggiungiamo sarà solo parziale, ma anche un piccolo grado di auto-attentività è un passo nella giusta direzione, e più tempo spendiamo nell’essere auto-attentivi, anche se solo parzialmente e in modo intermittente, più la nostra mente sarà purificata (pulita delle sue viṣaya-vāsanā o inclinazioni esteriorizzanti) e quindi il nostro potere di attenzione sarà rifinito ed affilato, cosa che a sua volta ci permetterà di essere più accuratamente auto-attentivi ogni volta che la nostra mente non è impegnata in qualche altra attività.

La misura in cui siamo in grado di essere accuratamente auto-attentivi varierà secondo le circostanze, ma dovremmo sempre cercare di essere tanto accuratamente auto-attentivi quanto le circostanze lo permettono. Spesso possiamo non riuscire a farlo, perché non abbiamo ancora sufficiente amore per essere consapevoli di noi stessi soltanto, così frequentemente permettiamo alle nostre preferenze o inclinazioni di essere consapevoli di altre cose (che sono ciò che è chiamato viṣaya-vāsanās) e di trascinare la nostra attenzione all’esterno, ma non importa quanto spesso falliamo, dovremmo perseverare nel cercare di essere auto-attentivi quanto più possibile, perché non c’è altro modo per riuscire in questo tentativo.


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